
Bentornato nel nostro Dojo virtuale! Ultimamente stavo riflettendo sulle abitudini, e sulle azioni quotidiane, che generalmente svolgiamo. Il modo in cui costruiamo le nostre vite spesso diventa un paradosso: passiamo anni, a volte decenni (!!!), a perfezionare ogni singolo aspetto della nostra quotidianità, finché quel mondo non diventa la nostra sicurezza assoluta, un territorio dove muoversi a occhi chiusi. È allora che si insinua la paura di uscire dalla zona di comfort.
Ma nel momento esatto in cui smettiamo di rischiare e di cambiare prospettiva, smettiamo anche di migliorare. È proprio quando tutto diventa troppo sicuro che rischiamo di fermare la nostra crescita.
Qualche settimana fa sono stato ad allenarmi da un mio amico, Francesco, istruttore di Taekwondo, ospite nella sua palestra a Firenze. Sono entrato nel suo Dojang1 come un praticante curioso, pronto a mettere alla prova le mie conoscenze di Karateka. Se vuoi scoprire di più sulla sua disciplina, ti invito a seguire il suo canale YouTube – Fran Taekwondo, merita davvero.
E sai cosa è successo non appena ho varcato quella soglia?
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Mi sono sentito improvvisamente scoordinato, quasi una cintura bianca.
Il salto per uscire dalla zona di comfort
Uscire dalla propria zona di comfort è un’espressione che oggi viene usata spesso, anzi è addirittura abusata. Ma la verità è che, quando lo fai davvero, non è affatto così comodo. Non significa solo “provare qualcosa di nuovo”, significa avere il coraggio di accettare di sentirsi sbagliati. Significa abbassare le difese dell’ego e della propria conoscenza, e tornare a quel silenzio interiore tipico di chi non sa, ma vuole imparare.
Per capire come avviene questo processo, dobbiamo immaginare la nostra mente divisa in tre cerchi concentrici:
- Zona di comfort: è il nostro territorio sicuro, il Dojo in cui ci alleniamo da anni e dove tutto è prevedibile (più o meno 😁). Qui non c’è stress, ma non c’è nemmeno progresso, perché ripetiamo solo ciò che sappiamo già fare bene.
- Zona di apprendimento: si trova subito fuori dal primo cerchio. È lo spazio in cui affrontiamo nuove sfide, tecniche diverse e piccoli disagi. È l’unica zona in cui avviene la vera crescita e l’evoluzione personale.
- Zona di panico: è l’anello più esterno, dove la difficoltà è eccessiva, subentrano la confusione e la paura, e la mente si blocca impedendoci di imparare. Per questo motivo, la vera regola d’oro è spingersi oltre il proprio giardino di casa, ma senza mai fare un passo troppo lungo che ci faccia precipitare nel panico, dove ogni stimolo educativo viene neutralizzato.
Il segreto sta quindi nel dosare la sfida: abbastanza per stimolarci ad uscire dalla zona di comfort, ma abbastanza lontani dal panico per poter assorbire l’esperienza.
Ma torniamo a quel giorno nel Dojang . . .
Quando sono entrato, il mio corpo “parlava” ancora la lingua dello Shotokan. Ma nel Taekwondo, la grammatica del combattimento segue regole diverse:
- Il Maai trasformato: le logiche del Maai (間合い), ovvero la distanza nel combattimento, che ho costruito in anni di Karate sono state del tutto modificate. Dove io vedevo una zona di sicurezza, il Taekwondo vede invece un’opportunità di attacco, usando molti calci. Dunque, la potenziale distanza di attacco è maggiore che nel Karate.
- La guardia laterale come scudo: nel Karate impariamo a metterci con il busto il più possibile laterale durante un combattimento, per dare all’avversario meno bersaglio possibile. Nel Taekwondo questo è portato all’ennesima potenza. Ho dovuto imparare a mettermi completamente di lato per proteggere il busto offrendo il minimo profilo, quasi come una lama sottile pronta a scattare.
- La geometria dei calci: il peso del corpo nel Taekwondo non è pesantemente ancorato a terra come nel Karate, dove la posizione è più bassa, pronta a scattare per generare un pugno potente. Nel Taekwondo la posizione è decisamente più alta, e pronta a trasformare il movimento in un moto armonico di danza per liberare calci estremamente rapidi e potenti.
- Le combinazioni di attacco: nel Karate e nel Taekwondo molte tecniche sono simili, quasi identiche, come ad esempio i calci (frontale, circolare, posteriore, …). A cambiare sono le combinazioni dell’attacco ma anche il ritmo. La sequenza tipica di attacco del Karate, costituita da tecniche di braccia, o di braccia e gambe, si trasforma nel Taekwondo in attacchi prevalentemente di gambe. Un Karateka deve stare quindi molto più vigile.
Ho capito che la vera crescita non avviene dove tutto è familiare, ma dove non abbiamo esperienza e soprattutto quando fatichiamo di più per raggiungere un obiettivo.
Siamo come l’acqua. Se l’acqua si ferma in una pozza, ristagna e perde la sua vitalità. Se invece continua a scorrere, a scontrarsi con le rocce e a precipitare in nuovi alvei, rimane pura, limpida e inarrestabile.
Diverse vie, stessa radice
Sebbene le forme fossero diverse, ho ritrovato i pilastri universali che fanno parte del Karate. Cambia l’angolazione di un calcio o l’altezza di una posizione, ma i fondamenti restano gli stessi:
- La gestione dell’equilibrio: senza un baricentro forte e stabile, nessun calcio, o tecnica in generale, è efficace.
- Il tempismo: quello “spazio” tra l’azione e la reazione, e il ritmo delle tecniche.
- La via del miglioramento: l’idea che ogni colpo, che sia un pugno nel Karate o un calcio circolare nel Taekwondo, sia uno strumento per forgiare il nostro carattere.
Questo dimostra che i principi fondamentali non cambiano mai: le radici rimangono salde e profonde, ed è proprio questa certezza interiore che ci dà la stabilità necessaria per uscire dalla zona di comfort ed esplorare nuovi territori senza smarrire la nostra identità.
Ma ora potresti pensare: “Bello, Matteo. Ma io non pratico né Karate né Taekwondo. A me cosa cambia?”
Cambia tutto. Perché il tatami è solo uno specchio.
Come uscire dalla zona di comfort: una lezione per tutti noi
Non importa se la tua “uniforme” quotidiana sia un Karategi, un Dobok2, un Judogi, un completo da ufficio o una tenuta sportiva. La tentazione di restare dove “siamo bravi” è una forza di gravità potentissima, ma anche potenzialmente pericolosa. Spesso confondiamo l’esperienza con la competenza, e finiamo per arroccarci in quello che già sappiamo fare, smettendo di esplorare e tentare di uscire dalla zona di comfort.
Tuttavia il Budo ci insegna una verità attuale: siamo come l’acqua. Se l’acqua si ferma in una pozza, ristagna e perde la sua vitalità. Se invece continua a scorrere, a scontrarsi con le rocce e a precipitare in nuovi alvei, rimane pura, limpida e inarrestabile.
Mettiti alla prova, e rispondi sinceramente a queste domande:
- Nel lavoro: saresti capace di mettere in discussione il tuo metodo di lavoro, dopo anni di esperienza? O di ascoltare l’idea di un giovane stagista con la “mente del principiante”?
- Nelle relazioni: durante una discussione, hai il coraggio di ammettere di avere torto, abbassando la guardia per proteggere il legame con l’altro anziché il tuo orgoglio?
- Nella crescita personale: quando è stata l’ultima volta che in pubblico hai accettato il rischio di fallire pur di imparare qualcosa di nuovo?
Tutte le arti marziali, nel complesso, sono rami diversi di uno stesso albero, esattamente come le sfide della vita sono solo diverse angolazioni di un unico obiettivo: la conoscenza e la padronanza di sé. Guardare attraverso “L’occhio del Samurai”, significa saper riconoscere l’eccellenza ovunque essa si trovi, superando i pregiudizi di stile o di ruolo. Significa avere l’umiltà di capire che ogni persona che incontriamo e ogni situazione che ci mette a disagio è, in realtà, un Sensei che ci sta spingendo a uscire dalla zona di comfort per indicarci la prossima tecnica da imparare.
E ora passiamo all’azione . . . . .
Perché la teoria, da sola, non ha mai cambiato la vita di nessuno.
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La teoria senza la pratica è solo un’illusione. Se vuoi davvero testare i confini delle tue zone, per imparare ad uscire dalla zona di comfort in modo semplice, prova a inserire queste tre piccole “scosse” controllate nella tua routine:
- La sfida del principiante (lavoro/studio): scegli un’attività che svolgi abitualmente “con il pilota automatico” da anni. Questa settimana, prima di iniziare, fermati e imponiti di trovare un modo completamente diverso per portarla a termine, oppure chiedi un parere a un collega più giovane o meno esperto. Ascolta senza giudicare e senza far valere la tua anzianità.
- Il reset del corpo (fisico/allenamento): se ti alleni regolarmente, cambia radicalmente qualcosa. Se fai Karate, prova a fare una sessione focalizzandoti solo sui calci alti del Taekwondo o invertendo completamente la tua guardia abituale per tutto l’allenamento. Senti il disagio del corpo che non risponde ai vecchi automatismi e impara a gestire il cambiamento.
- Cerca l’insolito (quotidiano): fai deliberatamente qualcosa che di solito eviti perché ti fa sentire goffo o fuori posto. Parla con uno sconosciuto, offriti volontario per presentare un progetto, o prova una nuova attività partendo da zero. L’obiettivo non è riuscirci perfettamente, ma abituare la mente a stare comoda con la nuova e sconosciuta attività.
L’evoluzione non avviene quando tutto è perfetto, ma quando accettiamo di rimetterci la cintura bianca!
Ti invito a rifletterci e, se ti va, a rispondermi. La crescita personale inizia esattamente un passo fuori dal tuo “dojo” abituale, e da quella che definisci come “casa”.
Alla prossima!
Matteo
- Dojang: è la sala o palestra dedicata all’allenamento delle arti marziali coreane, in particolare del Taekwondo. Deriva dal coreano, dove Do significa “via” e Jang significa “luogo”. È l’analogo del Dojo nel Karate.
- Dobok: è l’uniforme ufficiale utilizzata dai praticanti di arti marziali coreane, nello specifico nel Taekwondo. Il termine deriva dalle parole coreane Do (stile di vita o via) e Bohk (abbigliamento).
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