
Bentornati o benvenuti nella newsletter mensile dedicata al Karate e alla filosofia del Bushido! Oggi siamo abituati ad allenarci in dojo luminosi, con specchi alle pareti e pavimentazioni tecniche. Ma vi siete mai chiesti come si allenavano i grandi maestri del passato, quando il Karate era ancora un’arte segreta tramandata nel silenzio della notte? In questo numero facciamo un viaggio nella vecchia Okinawa per scoprire il metodo “estremo” con cui il giovane Gichin Funakoshi venne istruito dal leggendario Anko Azato. Una storia di lanterne fioche, ripetizioni infinite e una dedizione assoluta, agli albori del Karate Antico.
Il racconto: allenarsi al buio nel cortile di Azato (il Karate Antico!)
Immaginate la scena: è notte fonda, molto prima dell’alba. Nel cortile di una casa aristocratica di Okinawa, un giovane esegue un kata. Non c’è pubblico, non ci sono applausi. C’è solo un uomo anziano, seduto “dritto come un fuso” sul balcone, che indossa un hakama, con accanto una lampada dalla luce debole.
Quell’uomo è Anko Azato, uno dei più grandi esperti di spada e combattimento a mani nude dell’epoca, e il giovane studente è Gichin Funakoshi, colui che un giorno porterà il Karate Antico in Giappone, e da lì nel resto del mondo.

L’allenamento era estenuante e, agli occhi moderni, quasi crudele nella sua monotonia. Funakoshi racconta che praticava lo stesso kata ripetutamente, “settimana dopo settimana, qualche volta mese dopo mese”. Non era permesso passare a un nuovo kata finché il maestro non era convinto che il precedente fosse stato compreso alla perfezione. Mentre Funakoshi, esausto, arrivava al punto di non riuscire nemmeno più a scorgere la luce della lanterna per la fatica, la voce di Azato rompeva il silenzio con ordini laconici: “Fallo di nuovo”, oppure “Un po’ di più”.
Quella richiesta incessante — Un po’ di più — continuava finché il sudore colava e lo studente crollava a terra. Era il modo severo del maestro di dire che c’era ancora qualcosa da imparare, un dettaglio da perfezionare. La gratificazione arrivava raramente, condensata in una sola parola: “Bene!”. Solo dopo aver sentito quel “Bene!” diverse volte, Funakoshi osava chiedere di imparare qualcosa di nuovo.
“Un po’ di più, un po’ di più, sempre un po’ di più.”
Anko Azato
Solo al termine della lezione, alle prime luci dell’alba, la maschera del guerriero cadeva: Azato diventava un “nuovo maestro”, parlando dell’essenza del Karate o informandosi affettuosamente sulla vita del suo allievo, prima che questi si incamminasse verso casa sotto gli sguardi sospettosi dei vicini.
Oggi siamo abituati a rapporti “mordi e fuggi”, dove la lezione finisce con un inchino frettoloso per correre all’impegno successivo. Nel cortile di Azato, invece, il tempo post-allenamento era prezioso quanto il sudore versato: era il momento in cui la tecnica diventava vita. In un’era di feedback istantanei e gratificazioni digitali, questa transizione ci ricorda che l’insegnamento non è solo una trasmissione di dati, ma un legame umano profondo che richiede tempo per sedimentare. Il maestro non era solo un istruttore di tecniche, ma un custode dello spirito, capace di alternare la massima severità alla più sincera empatia.
La lezione di Azato: consigli per la pratica quotidiana
Cosa possiamo imparare oggi dal Karate Antico, nel nostro mondo frenetico e iper-connesso, da quelle notti insonni a Okinawa? Ecco i principi fondamentali per applicare la severa filosofia di Azato all’allenamento e alla crescita personale:
- Scegli la profondità anziché l’ampiezza: in un’epoca che ci spinge a cercare costantemente la “prossima novità”, Azato ci insegna il potere della ripetizione. Invece di correre verso il prossimo kata o l’ennesimo nuovo task lavorativo, dedica del tempo a perfezionare un singolo dettaglio. La vera maestria non nasce dall’accumulo smodato di nozioni, ma dalla capacità di scendere in profondità in ciò che già conosci fino a renderlo istinto.
- Abbandona lo specchio per trovare la percezione: Funakoshi si allenava in una penombra tale da non vedere quasi nulla. Questo lo costringeva a sviluppare la propriocezione: sentire la posizione dall’interno invece di controllarla dall’esterno. Prova a eseguire la tua pratica e il tuo allenamento ad occhi chiusi. Sapresti dire se il tuo baricentro è corretto basandoti solo sulla tensione muscolare e sul contatto con il suolo? Libera la tua mente dalla dipendenza estetica del riflesso.
- Accetta la nobiltà della noia: ripetere lo stesso movimento per settimane richiede una disciplina ferrea. Chiediti: hai la pazienza della pratica fondamentale ma “noiosa”, o cerchi costantemente stimoli nuovi per alimentare l’ego? La noia apparente è il filtro che separa chi vuole apparire da chi vuole essere. È lì che si costruiscono le fondamenta del vero guerriero.
- Cerca il “Bene!” dentro di te: i maestri antichi praticavano nel segreto della notte, senza gradi da esibire sulle cinture o “like” da collezionare. La severità di Azato obbligava Funakoshi a cercare la perfezione solo per se stesso. Non allenarti per l’approvazione esterna, che sia essa una medaglia o un complimento, ma per quel silenzioso senso di integrità interiore che arriva solo quando sai di aver fatto del tuo meglio.
- Il potere del “Sempre un po’ di più”: la fatica non è il segnale per fermarsi, è l’inizio del vero allenamento. Quando senti il desiderio di mollare, sia sul tatami che davanti a una sfida professionale, imponiti di fare un’ultima ripetizione. Questo allena la mente a superare i limiti autoimposti e a manifestare quella costanza che Azato esigeva sotto la luce fioca della sua lanterna.
Conclusioni: dal passato al presente
La storia di quelle notti nel cortile di Azato è una sfida diretta al nostro modo moderno di abitare il mondo, e non è solamente un aneddoto nostalgico del Karate Antico.
Oggi abbiamo il privilegio di dojo climatizzati, pavimentazioni perfette e specchi a parete che ci restituiscono un’immagine immediata e patinata della nostra tecnica. Ma questa comodità nasconde una trappola: il rischio di allenare solo ciò che si vede. Gichin Funakoshi divenne un maestro sulla terra battuta, sotto una luce così fioca da costringerlo a “guardare” con la pelle, con le articolazioni e con il respiro. Ha trasformato l’oscurità nel suo più grande insegnante.
Questo ci insegna che il vero Karate non risiede nell’estetica esteriore o nella precisione geometrica visibile agli altri. Risiede nella capacità di “sentire” il movimento dall’interno, sviluppando una consapevolezza che non ha bisogno della conferma dello specchio per sapere di essere efficace. Allenarsi al buio non era solo una necessità dettata dalla segretezza, ma un rito di spoliazione: senza specchi e senza sguardi, non c’è spazio per l’ego. Rimane solo la tecnica nella sua essenza più nuda e brutale.
Nella nostra vita quotidiana, fatta di social e ricerca costante di approvazione, la lezione di Okinawa è più attuale che mai. Ci invita a chiederci: quanta parte della nostra disciplina sopravvive quando nessuno ci guarda? Come disse Matsumura Sokon, a sua volta maestro di Azato: “La vanità è il solo ostacolo alla vita”.
Forse, spegnere le luci del dojo ogni tanto, o ignorare per un momento le notifiche del mondo, è l’unico modo per eliminare quella vanità, riscoprendo che la vera forza è un dialogo silenzioso tra noi e il nostro limite. Solo quando smettiamo di preoccuparci di “sembrare” guerrieri, iniziamo finalmente a diventarlo.
Alla prossima,
Matteo Cappelli
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