
Benvenuti, appassionati di arti marziali! Questo mese ci addentreremo in uno dei concetti più enigmatici e affascinanti del Karate: l’hikite, il movimento della mano che si ritira durante un colpo.
Partendo proprio dal suo significato, i kanjii “引き手” possono essere tradotti come “mano che tira”.
A prima vista, potrebbe sembrare un gesto superfluo, persino controproducente. Ma come spesso accade nelle discipline orientali, l’apparenza inganna.
L’Hikite: più che un semplice arretramento
L’hikite non è semplicemente la mano che resta indietro, e che non colpisce. È molto di più:
- Connessione con il centro: collega il pugno all’anca, permettendo una trasmissione ottimale della potenza.
- Caricamento a molla: permette di caricare un colpo come fosse una molla, creando una tensione che si traduce in esplosività.
- Sincronizzazione: sincronizza l’azione di avanzamento del pugno con il movimento di arretramento, creando un flusso armonico di energia.
- Focalizzazione: aiuta a evitare la dispersione della forza, concentrandola sul bersaglio.
La filosofia dell’Hikite: dare per avere
Ma l’Hikite è anche una potente metafora filosofica. Ci insegna che:
- Ogni azione ha una reazione: per ogni forza che si manifesta, c’è una forza opposta che le fa da supporto.
- L’apparenza inganna: ciò che sembra inutile (il ritirare la mano) è in realtà fondamentale per l’efficacia dell’azione principale (il colpo).
- L’efficacia nasce dal controllo: per guadagnare terreno in avanti, a volte bisogna arretrare, ritirarsi, per poi esplodere con maggiore potenza. Possiamo trovare una similitudine negli assiomi della comunicazione, con i termini “one-up” e “one-down”. È necessario fare un passo indietro per avanzare.
- Il risultato non è l’unico fine: il vero obiettivo non è la forza bruta, ma la comprensione del principio che la genera.
Concludendo…
L’Hikite è un promemoria costante: nelle arti marziali come nella vita, l’equilibrio tra dare e avere, tra azione e inazione, è essenziale. Per ottenere un risultato, spesso dobbiamo imparare a lasciare andare, a creare spazio, a ritirarci per poi avanzare con maggiore efficacia.
Cosa ne pensi? Hai mai sperimentato questo principio nella tua pratica o nella tua vita?
Fammi sapere il tuo pensiero nei commenti!
A presto,
Matteo Cappelli
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